CBD e ansia: come agisce?

CBD: efficace trattamento contro gli stati di ansia.

Recentemente sono stati condotti diversi studi sul tema del CBD in relazione all’ansia, poiché uno dei maggiori benefici del cannabidiolo (CBD) consisterebbe proprio nel ridurre questi stati. Le persone che soffrono di fobia sociale ben sanno che questo disturbo non è semplicemente qualcosa che si può superare; rappresenta piuttosto una vera e propria patologia invalidante. Ma partiamo con il fornire una prima definizione enciclopedica del termine “ansia:

Ansia: in psichiatria, stato di tensione psicosomatica, generalmente vissuto come penosa passività verso eventi dannosi che il soggetto pensa stiano verificandosi o teme possano verificarsi. Viene considerata un fenomeno generale, presente, anche se in gradi diversi, nello sviluppo psichico di ognuno. Se si mantiene a livelli bassi, pur sempre spiacevole per il soggetto, essa produce modificazioni positive quali un aumento della velocità associativa, della velocità di apprendimento e della capacità di formare giudizi validi sulla realtà (ansia strutturante), invece a livelli superiori determina modificazioni di senso contrario, tanto più gravi quanto maggiore è l’entità dello stato ansioso: la velocità associativa diminuisce fino a bloccarsi e il campo di coscienza si restringe fino a comprendere un solo tema (monoideismo), rendendo impossibile ogni rapporto del soggetto ansioso con il mondo esterno e interno (ansia destrutturante). La vita affettiva del soggetto ansioso risulta quasi sempre ridotta, irrigidita o falsificata. […] Vengono chiamati ansiolitici i farmaci, aventi struttura chimica diversa, che esercitano un comune effetto sedativo. Presentano azione ansiolitica alcuni medicamenti come il meprobamato, il clordiazepossido, il diazepam, più noto come valium. Queste sostanze, chiamate anche tranquillanti, vengono utilmente impiegate nella terapia delle nevrosi, stati ansiosi, depressioni, disturbi del sonno. Il loro impiego presenta tuttavia pericoli (abuso, farmacodipendenza) che impongono cautela nella loro prescrizione. (tratto da Enciclopedia Treccani)

Come si può ben vedere, le prime soluzioni proposte quando si parla di ansia sono sempre terapie prevalentemente farmacologiche, come ad esempio la terapia del linguaggio (o terapia cognitivo comportamentale), oppure medicamenti veri e propri come benzodiazepine, antidepressivi, beta-bloccanti e SNRI (inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina). Poca attenzione viene ancora posta sulle soluzioni non farmaceutiche, ma la loro popolarità è in rapida ascesa, soprattutto anche grazie all’emergere di nuove ricerche sul tema, tra cui anche il CBD.

Come dice Joel Greengrass, amministratore delegato della Theramu LTD (società statunitense produttrice di rimedi naturali al CBD), «La consapevolezza generale sul CBD e sulla varietà di disturbi e sintomi che esso può alleviare è in costante aumento, così come il desiderio da parte delle persone di abbandonare i tradizionali farmaci soggetti a prescrizione medica.» Tutto questo è facilmente intuibile poiché i principali effetti dimostrati del CBD sono simili a quelli dei più diffusi farmaci contro l’ansia o antidepressivi. Il CBD non possiede proprietà psicoattive (al contrario del THC), anche ad alti dosaggi, e aiuta anche nel disturbo da stress post-traumatico1. Su un articolo a cura di Debra Borchardt pubblicato sulla rivista Forbes si legge come da un sondaggio condotto dal Brightfield Group in collaborazione con HelloMD su 2.400 soggetti è emerso come quasi la metà delle persone che utilizzano prodotti a base di cannabidiolo (CBD) abbiano smesso di assumere farmaci tradizionali. Si evince inoltre che il 55% degli utilizzatori di CBD è costituito da donne, mentre gli uomini sembrano preferire le varianti a base di THC. Le ragioni più comuni per l’utilizzo del cannabidiolo sono risultate essere il voler combattere insonnia, depressione, ansia e dolori articolari; oltre il 40% degli utilizzatori di CBD ha dichiarato inoltre di avere interrotto le terapie a base di farmaci tradizionali come Tylenol o Vicodin, mentre l’80% afferma di aver trovato i prodotti altamente efficaci e solo un 3% si è espresso in maniera negativa, ritenendoli poco o per nulla efficaci2.

Un ulteriore studio condotto dal British Journal of Clinical Pharmacology con l’articolo “Il Cannabidiolo per le malattie neurodegenerative: nuove importanti applicazioni cliniche per questo fitocannabinoide” ha provato che il CBD è in grado di offrire benefici come agente antinfiammatorio, anticonvulsivo, antiossidante, antiemetico, ansiolitico e antipsicotico. Ciò significa che il CBD potrebbe essere utilizzato come “potenziale medicina per il trattamento di infiammazioni neurologiche, epilessia, lesioni ossidative, vomito e nausea, ansia e schizofrenia”3.

Purtroppo queste sono solo alcune ricerche emerse di recente, perché a livello scientifico si continuano a incontrare difficoltà nell’assicurarsi i finanziamenti per la ricerca, poiché la marijuana rimane una sostanza di “Schedule 1” negli Stati Uniti, dove secondo una visione controversa essa è posta sullo stesso piano di eroina, LSD ed ecstasy. I farmaci appartenenti alla Schedule 1 sono identificati come aventi “nessun uso medico attualmente accettato e un alto potenziale di abuso”4, secondo la Drug Enforcement Administration (DEA). Per questo motivo la ricerca risulta spesso impegnativa, come sostenuto anche da Blake Pearson di GreenlyMed.

Tuttavia si presenta ora una possibilità di apertura: si sta tenendo questa settimana il 40° Comitato di Esperti sulla Tossicodipendenza (ECDD) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) durante il quale verrà esaminata la pianta della cannabis; svolta storica per l’OMS che conduce la sua prima revisione dagli anni ’60 sul tema della cannabis nelle sue diverse forme, partendo dalla pianta e dalla resina, fino ad arrivare a estratti e tinture. La OMS ha già recentemente dichiarato (durante il 39° Comitato ECDD)5 che il cannabidiolo (CBD) non crea dipendenza ed è un ottimo trattamento contro numerose patologie. A questo punto l’istituzione internazionale ha il compito di valutare anche a pianta della cannabis nella sua interezza, inclusa la sua componente psicoattiva, il THC.

La speranza sarebbe che da questo nuovo incontro a Ginevra, almeno i prodotti ad alto contenuto di CBD vengano riconosciuti a livello globale come privi di rischi e quindi inquadrabili in una programmazione diversa.

Clicca qui per visitare il nostro negozio online dove è possibile trovare numerosi prodotti a base di CBD.

Nota bene: tutte le informazioni presenti all’interno del presente articolo sono da intendersi con il solo scopo informativo; esse non sostituiscono in alcun modo il parere medico e non rappresentano una prescrizione o una cura. Si consigli di consultarsi con il proprio medico prima di assumere qualsiasi sostanza.

 

Note:
1. Virginia Thornley,Cannabinoids and Effects on Other Organ Systems: Cardiomyocytes and the Gastrointestinal System, Maggio 2018.
2.Debra Borchardt,Survey: Nearly Half Of People Who Use Cannabidiol Products Stop Taking Traditional Medicines, 2 agosto 2017.
3.Fernández-Ruiz J., Sagredo O, Pazos MR, García C, Pertwee R, Mechoulam R, Martínez-Orgado J.,Cannabidiol for Neurodegenerative Disorders: Important New Clinical Applications for this Phytocannabinoid?, Br J Clin Pharmacol. Febbraio 2013.
4. “Schedule I drugs, substances, or chemicals are defined as drugs with no currently accepted medical use and a high potential for abuse. Some examples of Schedule I drugs are: heroin, lysergic acid diethylamide (LSD), marijuana (cannabis), 3,4-methylenedioxymethamphetamine (ecstasy), methaqualone, and peyote.”
5. World Health Organization (2017), Letter DG 39th ECDD Recommendations, Ginevra, Svizzera.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to Top