Cannabis e Alzheimer

Cannabis e Alzheimer

È possibile prevenire l’Alzheimer con la cannabis?

Le malattie neurodegenerative rappresentano oggi una delle principali cause di morte nei paesi industrializzati e sono caratterizzate dalla perdita di neuroni in particolari regioni del sistema nervoso. Si ritiene che questa perdita di cellule nervose sia alla base del successivo declino delle funzioni cognitive e motorie che i pazienti sperimentano sotto l’azione di queste malattie. Una serie di geni mutanti e tossine ambientali sono stati inseriti nelle cause legate ai disturbi neurodegenerativi, ma il meccanismo rimane ancora in gran parte sconosciuto. Attualmente l’infiammazione, comune denominatore tra i diversi elenchi di malattie neurodegenerative, è stata ritenuta meccanismo critico responsabile della natura progressiva della neurodegenerazione. Dal momento che attualmente ci sono poche terapie per l’ampia gamma di malattie neurodegenerative, gli scienziati sono ancora alla ricerca di nuovi approcci terapeutici al problema. Un rapido avanzamento nelle strategie neuroprotettive e antinfiammatorie per questi disturbi sarebbe particolarmente auspicabile, dato che i trattamenti isolati non risultano efficaci. In questo contesto, i derivati della cannabis hanno suscitato particolare interesse, tra i quali spicca il cannabidiolo (CBD), privo di alcun effetto psicotropo indesiderato, ma con un promettente potenziale terapeutico1.

Il morbo di Alzheimer

All’interno del panorama delle malattie neurodegenerative, il morbo di Alzheimer costituisce la più comune causa di demenza, di cui rappresenta il 50-60 per cento dei casi. Il processo degenerativo colpisce progressivamente cellule e connessioni cerebrali, causando l’insieme di sintomi che va sotto il nome di demenza: declino progressivo e globale delle funzioni cognitive e deterioramento della personalità e della vita di relazione.
Sono trascorsi più di cento anni dalla prima descrizione della malattia, presentata per la prima volta nel 1906 dallo psichiatra e neuropatologo tedesco Alois Alzheimer, ma ancora oggi non se ne conoscono chiaramente le cause. Attualmente la maggior parte degli scienziati ritiene non si tratti di un’unica origine, ma che essa provenga da una serie di fattori e, anche se il principale fattore di rischio è l’età, l’Alzheimer non rappresenta l’inevitabile conseguenza dell’invecchiamento, ma una malattia vera e propria, con caratteristiche cliniche ben definite che richiedono specifici interventi diagnostici, terapeutici e riabilitativi.

L’Alzheimer è definita la «malattia delle quattro A»: perdita significativa di memoria (amnesia), incapacità di formulare e comprendere i messaggi verbali (afasia), incapacità di identificare correttamente gli stimoli, riconoscere persone, cose e luoghi (agnosia) e incapacità di compiere correttamente alcuni movimenti volontari anche attraverso l’impiego di oggetti, per esempio vestirsi (aprassia).
Anche se il decorso della malattia di Alzheimer è unico per ogni individuo, ci sono molti sintomi comuni. Può essere suddiviso con molta approssimazione in tre fasi. Nella fase iniziale sono prevalenti i disturbi della memoria, ma possono essere presenti anche disturbi del linguaggio: la persona è ripetitiva nell’esprimersi, tende a perdere gli oggetti, a smarrirsi e non ritrovare la strada di casa, può avere squilibri emotivi, irritabilità, reazioni imprevedibili. Nella fase intermedia il malato si avvia a una progressiva perdita di autonomia, può avere deliri e allucinazioni e richiede un’assistenza continua. La fase severa è caratterizzata dalla completa perdita dell’autonomia: il malato smette di mangiare, non comunica più, diventa incontinente, è costretto a letto o su una sedia a rotelle. La durata di ogni fase varia da persona a persona e in molti casi una fase può sovrapporsi all’altra. La durata media della malattia è stimata tra gli otto e i vent’anni2.

Gli attuali agenti farmaceutici possono, nel migliore dei casi, soltanto rallentare la progressione di questa malattia, poiché non esiste al momento una cura, anche se recenti studi hanno dimostrato come i cannabinoidi, grazie alle loro note proprietà antinfiammatorie e neuroprotettive, siano in grado di rallentare il processo infiammatorio alla base di questa condizione neurodegenerativa.

Esploriamo dunque insieme i meccanismi attraverso i quali i cannabinoidi possono assumere un ruolo nel migliorare gli effetti clinici della malattia di Alzheimer.

A livello generale e come già descritto in altri articoli presenti all’interno del nostro blog, il sistema endocannabinoide è presente naturalmente all’interno del nostro organismo ed è costituito da endocannabinoidi, enzimi e due recettori: il recettore CB1, che si concentra nel sistema nervoso e si trova in misura minore in altri sistemi di organi, e il recettore CB2, che si trova principalmente nel sistema immunitario e in altri sistemi. L’anandamide è un endocannabinoide che esercita la sua azione sul recettore CB1, mentre il di-arachidonoilglicerolo ha una bassa affinità verso il recettore CB1 e interagisce con i canali potenziali dei recettori TPRV o transitori del sottotipo vanilloide e della famiglia dei recettori accoppiati a proteine G.
All’interno della pianta della Cannabis sativa sono due i fitocannabinoidi più studiati, Δ9-tetraidrocannabinolo (THC) e cannabidiolo (CBD). Il recettore CB1 è quello con cui interagisce il Δ9-tetraidrocannabinolo (THC), un mimetico dell’anandamide, che può causare effetti psicoattivi; il cannabidiolo invece è un mimetico del di-arachidonoilglicerolo con una minore affinità verso il recettore CB1, dove occorrerebbe una quantità di CBD cento volte superiore per ottenere la stessa psicoattività del THC. Quando CBD e THC vengono combinati insieme si ottengono meno effetti collaterali poiché il CBD agisce come un modulatore allosterico non competitivo sul recettore CB1 e l’effetto complessivo è maggiore rispetto ai singoli cannabinoidi assunti singolarmente. La presenza di CBD compensa gli effetti collaterali del THC, effetti tra i quali troviamo più di frequente agitazione, iperattività e paranoia3.

L’ippocampo, contenente il recettore CB1, è noto per essere vulnerabile alle cause che stanno alla base dello sviluppo della malattia di Alzheimer e questo danno contribuisce ai problemi di memoria e di apprendimento associati a tale patologia. Vi è anche la prova che le microglia, contenenti il recettore CB2, giochino un ruolo cruciale nello sviluppo del morbo di Alzheimer. Insieme a questo, è stato dimostrato da alcuni studi che le persone che soffrono di Alzheimer hanno un maggiore numero di recettori CB2 nel cervello.

Può la cannabis prevenire o trattare la demenza?

A questo proposito c’è stato un certo interesse di ricerca sul ruolo del sistema endocannabinoide come potenziale bersaglio per i trattamenti della malattia di Alzheimer. Alcuni studi hanno dimostrato che i componenti della cannabis, incluso il THC, sembrano rimuovere i ciuffi di amiloide caratteristici dell’Alzheimer dalle cellule nervose sviluppate in laboratorio. Tuttavia, finora nessuno studio o prova ha esaminato gli effetti della cannabis o dei suoi componenti sulle cause alla base del morbo di Alzheimer sulle persone. Mentre gli studi in laboratorio mostrano qualche promessa, bisogna arrivare a comprendere gli effetti più ampi che questi componenti hanno prima di sapere se hanno qualche effetto, positivo o negativo, sullo sviluppo dell’Alzheimer nelle persone4.

Possiamo però affermare che i cannabinoidi sono in grado di regolare l’infiammazione del cervello e promuovere la neurogenesi, ovvero la crescita di nuove vie neurali, anche nelle cellule danneggiate dall’età o da traumi e proprio poiché ulteriori ricerche hanno indicato che l’infiammazione cerebrale sembri essere causa di diverse malattie degenerative, la cannabis è sempre più vicina al rappresentare un potenziale farmaco preventivo.

In uno studio del 2006 pubblicato su Molecular Pharmaceutics, un team di ricercatori dell’Università del Connecticut ha riportato che il THC «potrebbe essere considerevolmente più efficace nel sopprimere il raggruppamento anomalo di proteine malformate, segno distintivo della malattia di Alzheimer, rispetto a qualsiasi prescrizione attualmente approvata». Il team di ricerca ha previsto inoltre che i farmaci a base di cannabinoidi «saranno i nuovi trattamenti farmacologici di spicco del prossimo futuro».
Nel 2009 alcuni ricercatori italiani e israeliani hanno scoperto che il cannabidiolo (CBD), principale cannabinoide non psicoattivo della cannabis, può anche bloccare la formazione di placche nel cervello che si ritiene possano portare all’Alzheimer.
Nel complesso, i ricercatori sui cannabinoidi vedono anche altri potenziali benefici, come ad esempio il professore di biologia dell’Università del Colorado Robert Melamede, anche presidente della società di ricerca medica e sviluppo Cannabis Science, il quale sostiene che «un uso appropriato della cannabis riduce i danni biologici causati da squilibri biochimici, in particolare quelli che aumentano di frequenza con l’età. Un uso corretto della cannabis, a differenza dell’uso improprio, può avere significativi effetti positivi sulla salute».

Gary Wenk, professore di neuroscienze presso l’Ohio State University and Medical Center ed esperto di infiammazione cerebrale cronica e Alzheimer, dice di aver iniziato a studiare i cannabinoidi dopo che altri tipi di composti che gli sono stati inviati per la revisione dalle case farmaceutiche non sono riusciti a ridurre costantemente l’infiammazione cerebrale. Negli esperimenti con i ratti, dice Wenk, la cannabis ha dimostrato essere il più potente antinfiammatorio cerebrale disponibile. Wenk e il suo team hanno anche intervistato persone anziane senza demenza sul loro stile di vita e, dice, hanno scoperto che «gli individui che hanno fumato marijuana negli anni ’60 e ’70, che ora si stanno avvicinando ai 60-70 anni, non sono soggetti all’Alzheimer al ritmo al quale dovrebbero essere». Wenk ritiene che negli esseri umani «l’equivalente di un tiro al giorno» potrebbe aiutare a scongiurare la demenza. «Ho detto agli anziani: Provalo» dice Wenk. «Mi mandano email per dirmi che è stato d’aiuto. Ha funzionato con ogni ratto a cui l’abbiamo somministrata; abbiamo dei vecchi ratti felici e intelligenti».
In un discorso su YouTube, Marijuana and Coffee Are Good for the Brain, il quale ha totalizzato più di 250.000 visualizzazioni, Wenk immagina un farmaco cannabinoide che le persone potrebbero assumere «attraverso un cerotto, in modo da non dover inalare alcun fumo cancerogeno. Potremmo aggirare tutti quei comportamenti che alcune persone trovano sgradevoli, specialmente gli anziani». Dice che continuerà a cercare “un rimedio infallibile“ per somministrare i cannabinoidi «per ridurre l’infiammazione e le sue conseguenze sulla mente»5.

Conclusioni

Considerando i numerosi e complessi meccanismi patologici coinvolti nella progressione dell’Alzheimer, i trattamenti che prendono di mira un singolo fattore causale o di modificazione offrono un beneficio limitato. I cannabinoidi, tuttavia, sono in grado di prendere di mira in parallelo diversi processi che giocano un ruolo chiave nel trattamento del morbo di Alzheimer, migliorando anche i disturbi comportamentali. Quindi, a causa di queste diffuse proprietà dei composti cannabinoidi, il targeting per il sistema endocannabinoide potrebbe rappresentare un’opportunità unica e affidabile per avanzare verso una terapia efficace contro l’Alzheimer. Inoltre, i cannabinoidi potrebbero rappresentare una terapia sicura e a basso costo, vista la loro origine naturale e il loro basso profilo di effetti collaterali. Il successo della terapia a base di cannabinoidi nel trattamento dell’Alzheimer potrebbe aumentare,  tenendo conto di due aspetti importanti: (i) l’uso di una combinazione di composti che possano coprire l’intero spettro delle proprietà terapeutiche descritte per i cannabinoidi, cioè la combinazione di agonisti dei recettori CB1 e CB2 uniti al CBD, il quale presenta, come abbiamo visto, interessanti proprietà neuroprotettive nonostante il suo meccanismo d’azione sia ancora poco conosciuto, e (ii) l’inizio precoce del trattamento nel processo neurodegenerativo, che assicura l’integrità delle componenti target del sistema endocannabinoide e aumenta la possibilità di arginare la progressione degenerativa esponenziale verso la demenza.

Le principali preoccupazioni riguardo all’uso di derivati della cannabis in medicina sono legate alla psicoattività di alcuni cannabinoidi, specialmente il Δ9-THC, che può disturbare la memoria a breve termine, la memoria di lavoro e le capacità di attenzione che agiscono principalmente attraverso i recettori CB1, così come la potenziale dipendenza da Δ9-THC che si verifica dopo un uso a lungo termine. Tuttavia, gli effetti terapeutici dei cannabinoidi devono essere chiaramente dissociati dai rischi di abuso e dipendenza legati all’uso ricreativo dei derivati della cannabis. In primo luogo, gli agonisti CB1 con potenziale psicoattività utilizzati in modelli sperimentali per dimostrare le proprietà terapeutiche sono stati somministrati a dosi sostanzialmente inferiori a quelle che producono effetti psicoattivi e dipendenza dalla cannabis; in secondo luogo, la combinazione terapeutica preferita dei cannabinoidi include il CBD, che è noto per mitigare le conseguenze negative sulla cognizione derivanti dalla somministrazione di Δ9-THC e assicurare quindi una prevenzione da tali effetti indesiderati. Infine, il contesto cerebrale in soggetti sani che consumano cannabis ricca di Δ9-THC per scopi ricreativi è completamente diverso da quello di pazienti con Alzheimer sottoposti a combinazioni molto determinate di specie di cannabinoidi, in termini di organizzazione del sistema endocannabinoide e di segnalazione neuronale.
In conclusione, alla luce delle proprietà polivalenti per il trattamento della malattia di Alzheimer e degli effetti collaterali limitati di questi composti, il progresso verso uno studio clinico per testare la capacità dei cannabinoidi di frenare questa malattia neurodegenerativa sembra essere pienamente giustificato6.

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Nota bene: tutte le informazioni presenti all’interno del presente articolo sono da intendersi con il solo scopo informativo; esse non sostituiscono in alcun modo il parere medico e non rappresentano una prescrizione o una cura. Si consigli di consultarsi con il proprio medico prima di assumere qualsiasi sostanza.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

1. Iuvone T, Esposito G, De Filippis D, Scuderi C, Steardo L, Cannabidiol: a promising drug for neurodegenerative disorders?
2. Fondazione Umberto Veronesi, Glossario delle malattie
3. Virginia Thornley, Cannabinoids: pre-clinical studies on anti-inflammatory and neuroprotective effects in Alzheimer’s disease
4. Alzheimer’s Society, Cannabis and Dementia
5. Robyn Griggs Lawrence, Can Marijuana Prevent Alzheimer’s? – As researchers seek treatments to combat Alzheimer’s and dementia, cannabis gains attention
6. Ester Aso, Isidre Ferrer, Cannabinoids for treatment of Alzheimer’s disease: moving toward the clinic

2 Responses

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